La musica e la dura legge dello skip

 

Avete mai provato a far ascoltare per intero un Cd ad un adolescente? Missione quasi impossibile perché la sua tentazione di cliccare sul tasto skip sarà martellante ed ossessiva. I nativi digitali interrompono l’ascolto o la visione di quello che stanno fruendo se la loro attenzione non viene continuamente sollecitata da contenuti interessanti, accattivanti e seducenti (nel campo dell’audiovideo Netflix ha addirittura introdotto il tasto skip-intro per saltare le sigle delle serie tv). 30 anni fa l’operazione sarebbe stata più faticosa perché ogni volta ti saresti dovuto alzare dalla sedia e cambiare disco. Oggi è tutto molto più semplice perché il tasto skip è sul nostro smartphone, sul palmo della nostra mano. Inoltre i file a disposizione sono tantissimi e tutti gratuiti, una scelta infinita a costo zero. L’ascoltatore contemporaneo vive quindi una condizione che predispone costantemente al non approfondimento e che stravolge la percezione ed il proprio grado di attenzione.

 

Hubert Léveillé Gauvin, un musicologo dell’Ohio State University, ha condotto una ricerca sui cambiamenti dei processi creativi applicati alla musica pop realizzati dagli anni ’80 ad oggi. Ecco le principali variazioni avvenute: le introduzioni strumentali sono scomparse la parte vocale occupa ormai la quasi totalità dei brani, il ritornello appare già dalle prime battute, il Bpm è notevolmente aumentato perché un ritmo più veloce cattura più facilmente l’ascolto ed infine i titoli delle hit sono sempre più brevi per aiutarne la memorizzazione.

 

In breve la canzone assomiglia sempre di più ad uno spot pubblicitario. Ma di quale prodotto? Léveillé Gauvin ipotizza che, vista la gratuità dell’ascolto in streaming, il business musicale si sia spostato altrove (concerti live, merchandising, diritti di sincronizzazione etc...) e la pop song in sé è ormai divenuta solo uno spot del marchio dell’artista. E come tale risponde principalmente agli stessi criteri estetici e di marketing che regolano la produzione di un commercial. In questo senso non c’è nulla di anomalo perché la pop music ha sempre dovuto sottostare alle regole del mercato, semmai le reali novità sembrano essere altre: la musica registrata non ha più un valore commerciale e la musica pop ha un valore solo se legata ad un evento live, un servizio o un articolo. Insomma è più importante l’indotto che il prodotto.

 

La questione che però a me sembra fondamentale è se questo tipo di percezione e fruizione musicale, che per ora sembra confinato alla musica pop e all’home entertainment, non vada alla lunga ad imporre non solo un modello di consumo ma un modo di pensare, creare, ascoltare e vedere che svilisce il concetto stesso di arte. Un’attività creativa che per sua natura ha bisogno di varietà espressiva e dinamica dove l’economia dell’attenzione non può essere l’unica regola vigente ed essere attraenti non può essere l’unico antidoto allo skip.

 

 

PS 1 Io stesso scrivendo questo articolo avrei dovuto curarmi di condurre velocemente il lettore verso quello che voglio comunicare e cioè: approfondite i vostri ascolti musicali!

PS 2 Ripensandoci, dopo il centesimo passaggio radiofonico di Despacito, trovo che lo skip sia un tasto fantastico!

 

 

Hubert Léveillé Gauvin 
Has music streaming killed the instrumental intro?

https://news.osu.edu/news/2017/04/04/streaming-attention/

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