Giorgio Gaslini: il pensiero libero e senza preconcetti

BY MARCO TESTONI - COLONNE SONORE // 

 

“In un non lontanissimo futuro la musica sarà, penso, una sola. Non vi sarà predominio di un tipo o di un altro, ma si opererà una sintesi dei valori autentici di ogni stilema musicale in un “Unum” che corrisponda alla tensione umana verso, nonostante tutto, una unità dell’uomo stesso nelle sue molteplici potenzialità comunicative ...”.  (1966 - Giorgio Gaslini)

Per i musicisti della mia generazione Giorgio Gaslini rappresentava il pensiero libero e senza preconcetti. Negli anni ’70 fu il primo jazzista italiano a teorizzare una musica fuori degli schemi e steccati convenzionali parlando appunto di “musica totale”. Grazie a lui, qualche anno dopo, il jazz sarebbe finalmente entrato come materia di studio nelle aule dei Conservatori italiani. E in effetti se scorriamo la sua biografia comprendiamo immediatamente come questo suo approccio alla musica rispecchi fedelmente il suo percorso artistico. Nato nel 1929 mostra subito un interesse verso il pianoforte ed il jazz, genere non esattamente nelle grazie del regime fascista dell’epoca. Più tardi si iscrive al conservatorio di Milano diplomandosi in pianoforte, composizione e direzione d’orchestra. Dopo di che, per tutto il corso della sua vita, costruirà un proprio repertorio originale fatto di musiche di scena, sinfonie, dischi di jazz, musica classica e contemporanea. La sua attività concertistica si svolgerà indifferentemente in una piazza o al Teatro alla Scala, in un festival jazz o nell’auditorium di qualche Università. Anche le sue collaborazioni artistiche saranno a tutto campo: da Severino Gazzelloni a Don Cherry, da George Balanchine a Dario Argento. 

 

Ecco, in questo suo oscillare tra musica colta e popolare non poteva mancare la musica per il cinema. Il suo stile, e la libertà compositiva che lo contraddistingueva, sembra infatti particolarmente affine al linguaggio cinematografico che ha tradizionalmente bisogno di una scrittura musicale duttile, funzionale e senza accademismi di sorta. Insomma un commento capace di sottolineare tematicamente una scena ma anche di sostenere ritmicamente un montaggio. Tutte tecniche che Gaslini sembra istintivamente conoscere forse perché insite e radicate in quella ricerca della “totalità” e dell’unum che faceva della sua cifra musicale un progetto aperto dove far convivere liberamente diversi stili e materiali musicali. E difatti il rapporto tra Gaslini ed il cinema è stato particolarmente riuscito se consideriamo l’enorme popolarità di alcune sue colonne sonore in particolare quelle nate dal connubio artistico con i primi film di Dario Argento – su tutte Profondo Rosso. 

 

Se però diamo uno sguardo complessivo alla produzione cinematografica gasliniana quello che colpisce è, da un lato, il carattere multiforme e zigzagante del suo percorso artistico e, dall’altro, la varietà e la modernità delle sue colonne sonore che sembrano addirittura contraddire alcuni dogmi della filmografia mainstream dei nostri giorni. Come ad esempio l’utilizzo del jazz non solo per connotare location eleganti ma anche per commentare situazioni più delicate e distanti dalla iconografia notturna a cui è relegato il genere nel cinema.

 

Gaslini mette in mostra il suo ricercato eclettismo già dalla sua prima realizzazione del 1961: bellissimo e intenso il tema di “Blues all’alba” (da La Notte di Michelangelo Antonioni - 1961).  La particolare predisposizione alla composizione di temi di largo respiro è evidente invece in “Richiamo” (da La Pacifista di Miklós Jancsó). A volte la stessa vena sembra avvicinarsi a certi arrangiamenti del Morricone anni 70’ (Rivelazioni di un maniaco sessuale al capo della squadra mobile di Roberto Bianchi Montero e La notte dei diavoli di Giorgio Ferroni) e altre sembra percorrere una via più personale come nel caso del brano “Attimi” da Un omicidio perfetto a termini di legge di Tonino Ricci (1971).  Altre produzioni sembrano essere più leggere (Le tue mani sul mio corpo di Brunello Rondi) con incursioni addirittura nel “surf”, genere dilagante dei tempi, per il film Un Amore di Gianni Vernuccio (1965). Con lo stesso regista Gaslini scriverà le musiche del suo primo film horror La lunga notte di Veronique (1966) dove sperimenterà il connubio tra musica contemporanea e cinema non disdegnando però la scrittura di temi influenzati dalla musica popolare. Componente che ritroveremo nell’unica commedia che ha musicato, Quando le donne si chiamavano Madonne di Aldo Grimaldi, dove i temi buffi vengono reinterpretati con strumentazione e arrangiamenti vicini alla musica medievale. 

 

La colonna sonora di Incontro d’amore a Bali, un film drammatico di Paolo Heusch e Ugo Liberatore del 1970, merita una menzione speciale perché è probabilmente quella dove più si ritrova il Gaslini innovatore e sperimentatore. L’ambientazione esotica del film crea sicuramente lo spunto per inserire elementi di musica tradizionale e strumentazione folcloristica nell’orchestrazione delle musiche di Gaslini. L’impianto compositivo, già percorso dalle contaminazioni più disparate e raffinate (jazz, musica contemporanea e popolare) si arricchisce di timbriche tipiche della musica orientale. Possiamo considerare questo come un primo esempio di “world music” nel cinema o forse semplicemente come uno sviluppo del concetto di “musica totale” applicato al commento sonoro. Il risultato è talmente innovativo che in qualche momento queste musiche ci ricordano lo stile e le combinazioni timbriche di un compositore odierno: Franco Piersanti. In alcuni film Gaslini dimostrerà la sua maestrìa di compositore orientato verso una scrittura orchestrale più sinfonica come ad esempio quella di Il vero e il falso di Eriprando Visconti (1972) o La colonna infame di Nelo Risi dove è presente “Aria lirica” forse uno dei temi di Gaslini più “cinematografici” in senso stretto.

 

Il 1972 segna l’inizio della collaborazione con Dario Argento ed un’improvvisa svolta stilistica che sembra prediligere una commistione tra jazz e rock progressive ben rappresentato dalla sigla di testa di una serie tv del regista romano dal titolo La porta sul buio. Tempi dispari, ritmica ossessiva, dinamismo accentuato, utilizzo massiccio di ostinati e dissonanze in chiave rock-jazz già delineano immediatamente uno stile che sarà per sempre riconosciuto come il marchio di fabbrica di Gaslini, poi definitivamente codificato e portato al successo dai Goblin, che influenzerà in modo determinante tutta la musica per cinema, e non solo, dei decenni successivi. La tormentata realizzazione della colonna sonora di Profondo Rosso determinerà però il passaggio di testimone tra Gaslini ed i Goblin per quello che riguarda le musiche dei film di Dario Argento. A seguito di questo pellicola Gaslini diraderà notevolmente la sua attività di compositore per il cinema tornando ad uno stile più essenziale e funzionale presente nei suoi ultimi lavori: Kleinhoff Hotel di Carlo Lizzani (1977) e la serie televisiva I ragazzi di celluloide di Sergio Sollima (1981).

L’attività compositiva di Gaslini nel cinema è dunque concentrata in circa 20 anni di colonne sonore mai banali. Poi niente più. Come è lecito aspettarsi da chi ha fatto della ricerca il suo segno distintivo forse l’esperienza si concluse perchè il cinema non gli permise più di ricercare. 

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